Dalla sua uscita americana nell'ottobre scorso, per tre mesi non si è fatto che parlare di American Beauty come di un capolavoro. In questo caso si sarebbe trattato del primo film decente prodotto dalla DreamWorks di Spielberg dopo l'apocalittico Il Principe d'Egitto e il cupo Z la formica su cui grava ancora una causa per plagio. Numerose anteprime hanno fatto gridare al capolavoro anche molti noti recensori di casa nostra, ma si è trattato certo di un malinteso, perché il film - uscito nelle sale italiane con il titolo American Beauty - è uno dei più squallidi prodotti della new age moralista del vecchio cinema americano. Kevin Spacey, come già Tom Cruise in Jerry Meguire, è un americano medio tutto famiglia e lavoro, protagonista di un risveglio da una vita paludosa; ma se il racconto della routinaria esistenza middle-class è già di per sé patetico, la critica alla contemporaneità e il ricordo di "come eravamo" nei bei tempi andati raggiunge livelli di falsità e paraculaggine cui la fabbrica dei sogni non arrivava da un po'. Il risveglio del protagonista non ha niente di sociale, politico o ideologico, ma non è nemmeno un risveglio culturale, emotivo e nemmeno un vero risveglio erotico: si tratta esclusivamente di una nuova primavera genitale. Questo American Beauty è più vicino di quanto si pensi al gigioneggiamento genitale e generazionale di American Pie.
BART SIMPSON
Non voglio diventare grande se rischio di finire come il protagonista di American Beauty. Sta tutto il tempo a lamentarsi che la sua vita è una pizza, ma quando ha l'occasione di vedere il film splatter Reanimator preferisce mettersi a fumare con il vicino di casa. Un ragazzo che he ha una videocamera bellissima, però, e questo non sono proprio riuscito a capirlo, non la usa per girare film horror o per fare scherzi agli amici, ma riprende soltanto dei sacchetti di carta che svolazzano: peggio dei pizzosi documentari di Flanders sulle sue margherite. Il protagonista del film è proprio strano, quando si fa la doccia non canta come Homer, ma continua a lamentarsi. E poi le cose che non ho capito di questo film sono tantissime. Perché fa tanti esrcizi fisici se vuole vuole morire? Perché la moglie e la figlia non gli sparano? Perché il padre del vicino lo bacia? Perché il vicino tiene le piante nascoste nei cassetti, ed è d'accordo con suo padre se lo picchia? Perché fanno questi film senza inseguimenti, mitra e McBain?
LISA SIMPSON
Questa nostra America è la patria del "giorno dopo", e con questo film il cinema hollywoodiano ce ne dà prova una volta di più. I nostri progenitori sterminarono quegli indiani le cui sorti noi oggi piangiamo con i Balla coi lupi; la nostra Costituzione garantisce il diritto alle armi, e solo oggi ci accorgiamo di quanto la violenza abbia impregnato la nostra società di Natural Born Killers; la nostra America ha segregato i neri, e oggi si interroga sulle Radici del razzismo. Così, ancora una volta con questo American Beauty, questo Paese si accorge in ritardo della fatiscente condizione in cui ci ha condannato la nostra arrogante miopia. E' avvilente la descrizione della quotidianità di questi uomini e donne della middle-class, corrosi dai falsi miti del consumo, del possesso, della giovinezza, della carriera, vittime di un edonismo esasperato e di un mondo senza più valori. In questo palude di indifferenza ed ignoranza, potrà nascere un fiore capace di ridarci l'ebbrezza di un ideale? Di certo ciò non sarà possibile se la critica al mondo che viviamo si limiterà ad una caricatura grottesca, spavalda e nichilista, con il rischio di abbandonare la caverna in cui ci siamo cacciati per una nuova trappola fatta di altri moralismi e stereotipi new age.
Ormai è certo Steven Spielberg va soggetto ad una strana sindrome, che avvicina di molto la sua storia a quella del famoso re dalle mani magiche. Per anni infatti ha trasformato in oro tutto ciò cui ha messo mano dagli Squali agli Indiana Jones, dai Ritorni al futuro a mille altri film, cartoni animati, telefilm e videogames; ma già da un po' il suo tocco si è imbolsito, e ciò che tocca proprio oro non lo diventa: patria e famiglia la fanno da padrone e la retorica patriottica e moralista sgorga a fiumi dai progetti in cui è implicato. Certo non in oro si è trasformato American Beauty ennesimo pippone bacchettone della sua DreamWorks, in cui il "cattivo" è di nuovo un nazista, per lo più omosessuale represso. Per i sette braccini di channuccha BASTA! Non si può sviluppare un'intera filmografia come regista e produttore, tenendo sempre lo stesso chiodo fisso. Almeno nella fiction un po' di fantasia... e un po' di decenza. Dopo aver combattuto in tutto il mondo la produzione della canapa indiana, gli americani ci vengono a rivendere American Beauty e il buon sapore dello spinello. Grazie, in Europa si sapeva già!