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PARLA
CON LEI
(Hable con ella) di Pedro Almodóvar, con Javier Cámara,
Leonor Watling, Darío Grandinetti, Rosario Flores.
Distribuzione: Warner Bros., durata: 112'
LA
TRAMA: Un infermiere innamorato di una ragazza in coma fraternizza
con l'amante di una donna-torero ricoverata incosciente nello
stesso ospedale.
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Meglio di tutti lo riassume il regista: Parla con lei «è
un film sul piacere di raccontare e sulle parole che diventano
un'arma contro la solitudine, la malattia, la morte e la follia.
E' anche un film sulla follia, un tipo di follia così vicino
alla tenerezza e al buon senso da non essere molto diversa dalla
normalità». Lo spunto per questa magnifica storia
di amour fou è stato offerto da un bizzarro fatto
di cronaca accaduto in Romania e che ci racconta lo stesso Almodóvar:
«Il giovane sorvegliante di un obitorio si sente attratto
dal cadavere di una ragazza. La solitudine della morte aggiunta
a quella della notte lo spinge a desiderare di possedere la bellezza
morta. Ciò che accade in seguito è uno di quei miracoli
della natura umana che non credo il Papa apprezzerebbe molto.
La reazione all'assalto amoroso è stato il risveglio della
ragazza. Soffriva di una sorta di catalessi ed era solo apparentemente
morta. La famiglia della ragazza è stata grata al violentatore,
e quando lui è finito ugualmente in prigione, gli hanno
portato del cibo e gli hanno procurato un avvocato. L'insolita
situazione pone un curioso dilemma: agli occhi della legge il
ragazzo è un violentatore, ma per la famiglia, le cui reazioni
sono determinate dalle emozioni, è colui che ha ridato
la vita alla loro figlia. E' una storia meravigliosa e mi ha ispirato».
Abituato a parlare con sé stesso, come dimostra la sua
inclinazione alle auto-interviste, Almodóvar ha esplorato
il duplice paradosso di persone che parlano anche e soprattutto
con chi non le può ascoltare e di persone senza parola
che rispondono con l'eloquenza del corpo: due donne in coma che,
malgrado la loro apparente passività, suscitano commozione,
tensione, passione, gelosia, desiderio e disillusione negli uomini.
Almodóvar mostra con straordinaria intensità l'eloquente
fisicità dei loro corpi immobili, in uno stato vegetativo
nel quale hanno bisogno di essere curati ventiquattro ore su ventiquattro
con massaggi, cambio di posizione, controllo dei segni vitali,
strofinature con alcol mentolato, collirio negli occhi, creme
idratanti, cambio della biancheria e abluzioni quotidiane. Situazioni
estreme nelle quali però ciascuno di noi può riconoscersi
se va con la memoria o la fantasia all'epoca antica nella quale
tutti venivamo manipolati da nostra madre. La madre. E' sempre
lei l'archetipo onnipresente del cinema di Almodóvar: amata
e odiata, liberatrice e oppressiva, desiderabile e inaccessibile,
grande consolatrice e persecutrice spietata. E, non a caso, a
suggerire la sua onnipresenza e continuità nell'immaginario
del regista, il film inizia con l'apertura dello stesso sipario
sul quale si chiudeva Tutto su mia madre.
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LA BATTUTA: Magari ti capita un miracolo, ma
se non ci credi non lo vedi.
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