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recensione di Alessandro Bencivenni per la rubrica in collaborazione con Kino
  GIUDIZIO: DELUDENTE MEDIO BUONO OTTIMO

SHAFT
(Id.) di John Singleton, con Samuel L.Jackson, Vanessa Williams, Jeffrey Wright, Christian Bale, Busta Rhymes, Dan Hedaya, con Toni Collette e Richard Roundtree.
Distribuzione: O1, durata: 95'

LA TRAMA: Il detective Shaft lascia la polizia quando un figlio di papà resta impunito per l'omicidio di un nero, ma non rinuncia a fare giustizia.

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Quando un film viene programmato alla chetichella durante l'estate, a due anni dalla sua uscita originale in America, c'è di che guardarlo con sospetto. Eppure è un discreto noir questo Shaft: nero in ogni senso, visto che celebra il ritorno di un mito, quello del primo detective afroamericano di successo, protagonista negli anni Settanta di ben tre film e di una serie, interpretati all'epoca da Richard Roundtree. Oggi Roundtree appare in un cammeo, come anche il regista del primo "Shaft", Gordon Parks. Nel ruolo del nipote del celebre detective c'è una star di colore dei nostri giorni: Samuel L.Jackson, l'indimenticabile Jules, il killer filosofo di Pulp Fiction, che è stato da giovane un fan del film originale. «Ho visto "Shaft" per la prima volta ad Atlanta, quando ero al college», dice l'attore, «e mi ha colpito molto. Era la prima volta che vedevo qualcuno che mi assomigliava, che parlava come me, che vestiva come io avrei voluto vestirmi e interpretava un eroe. Il nostro primo vero eroe. Era 'orgoglio nero', era fierezza. Era forte, intelligente, senza paura. Aveva il potere e anche un 'ego' che tutti noi volevamo avere». Il vecchio Shaft si muoveva in una Harlem insolitamente realistica per lo schermo, tra black panters e criminali, droga e funky. Quello di oggi è più addomesticato: non ha pretese sociologiche, veste Armani e si circonda di star musicali, come la cantante Vanessa Williams e il rapper Busta Rhymes. Anche Harlem appare alla moda, come lo storico bar ristorante Lenox Lounge, il locale preferito di Shaft: un gioiello di art deco che risale al 1939 che un tempo era frequentato da afro americani importanti, come Billie Holiday e Malcom X, tornato ora ai fasti di un tempo dopo un periodo di decadenza. Insomma, l'eroe trasgressivo di trent'anni fa torna in versione un po' patinata. Confeziona il tutto il regista John Singleton, anche lui reduce da prove più graffianti come Boyz N the Hood. Trama intricata, ritmo vivace, fotografia curata, un buon cast: il film non è memorabile ma scorre via godibile. Il motivo dell'uscita in sordina sta nel deludente risultato negli States, dovuto probabilmente proprio al peso del mito: paradossalmente il nome troppo illustre ha finito per nuocere a un film che forse, generando meno aspettative e sfuggendo agli inevitabili confronti, avrebbe avuto un cammino più facile.

LA BATTUTA: Sono troppo nero per l'uniforme e troppo blu per i fratelli.

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L'home page del film

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