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VIDOCQ
la maschera senza volto
(Vidocq) di Pitof, con Gérard Depardieu, Guillame Canet,
André Dussolier, Inès Sastre.
Distribuzione: O1, durata: 100'
LA
TRAMA: 1830. Mentre Parigi trema sull'orlo della rivoluzione,
un terribile mistero si annida nelle sue ombre più oscure.
Solo Vidocq lo può risolvere: ma è morto.
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Signore e signori, è nata l'era del fai-da-te cinematografico:
il confine fra amatoriale e professionale non è mai stato
così labile. E non si tratta più di qualche ragazzino
che monta in garage le immagini traballanti girate nel bosco con
la telecamera: qui si parla di un vero film, pieno zeppo di effetti
spettacolari, girato in digitale e poi rielaborato su normali
computer con software commerciale. Più precisamente, Vidocq
è stato girato interamente con una videocamera digitale.
Tutte le immagini, poi, sono state ritoccate in fase di postproduzione,
per modificare sfondi, luce, colori e così via. L'elaborazione
digitale è stata svolta su un sistema Power Mac G4
dotato di Final Cut Pro e scheda Cinewave. Il film,
poi, è stato trasferito su nastro ad alta definizione direttamente
dal computer. Anche per l'eleborazione del colore si sono utilizzati
i Power Mac, questa volta con software Combustion, e le
trasparenze sono state eseguite in Photoshop sulla stessa
piattaforma. Così, riprese e postproduzione sono state
gestite contemporaneamente e non c'è stato bisogno di affidare
a terzi la realizzazione degli effetti. Al timone di questa innovativa
avventura, il mago francese degli effetti speciali Pitof,
già responsabile degli effetti di Alien 4. Il suo
ragionamento è stato semplice: lo stesso risultato che
si ottiene in computergrafica coi costosissimi supercomputer e
gli esclusivi software proprietari lo si può raggiungere
in economia mettendo al lavoro molte persone su piattaforme hardware-software
di uso comune. Guardare per credere: il film è visivamente
molto efficace, grazie anche all'apporto di Marc Caro (l'anima
nera di Jean-Pierre Jeunet, il soave poeta di Amélie),
che ha curato la creazione grafica dei personaggi, e allo scenografo
Jean Rabasse, responsabile di ogni aspetto dell'ambientazione
del film, dall'ideazione dei set tradizionali fino al progetto
di quelli digitali. Risultato: una Parigi ottocentesca storicamente
poco rigorosa ma visivamente molto suggestiva. Riferimento artistico,
nientemeno che Gustave Moreau: «Moreau è stata
la mia guida artistica e mi è servito come riferimento
visivo», dice Pitof, «È un pittore fantastico
per l'uso che fa del colore e della luce, specialmente nel contesto
del suo tempo. È come un Giger di quei tempi. L'analisi
che ho fatto delle opere di Moreau ha sempre reso un qualcosa
di oscuro e nello stesso tempo luminoso. È stato capace
di creare degli sfondi molto scuri e ricchi, molto strutturati
e pieni di dettagli. Ma l'immagine non appare scura, perché
illuminata da alcune macchie di colore. È contemporaneamente
cupa, luminosa, quasi fosca, ma mai triste o deprimente».
Tutto bene, dunque, se non fosse per la storia. Il personaggio
di Vidocq, protagonista di una mitica serie televisiva anni Settanta,
viene catapultato in una improbabile trama thriller-fantasy
e, a dispetto della cospicua mole di Gèrard Depardieu,
costretto a piroettare come un campione di arti marziali ante-litteram,
mentre uso e abuso dello Steadicam ne accentuano l'assimilazione
al videogioco. Insomma, da Moreau si scende molto più terra
terra, a metà fra Il patto dei lupi e Belfagor.
Ma se troviamo troppo da ridire, ormai sappiamo cosa fare: metterci
al computer e provare a fare di meglio.
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LA BATTUTA: Chiunque si riflette nella sua maschera
perde immediatamente l'anima.
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