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A.I.
INTELLIGENZA ARTIFICIALE
(A.I. Artificial Intelligence) di Steven Spielberg, con Haley
Joel Osment, Jude Law, Frances O'Connor, William Hurt.
Distribuzione: Warner Bros., durata: 144'
LA
TRAMA: Un robot con le fattezze e i sentimenti di un bambino
cerca disperatamente di diventare umano per conquistare l'amore
materno.
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Da quando i computer hanno cominciato a battere i campioni di
scacchi abbiamo imparato a deporre l'illusione della superiorità
dell'intelligenza umana su quella artificiale. Artificial Intelligence
va oltre: ci toglie anche quella di saper provare dei sentimenti
meglio di quanto sappiano fare le macchine. Anzi, la domanda che
si pone non è se le macchine riusciranno a provare dei
sentimenti, ma se gli uomini saranno all'altezza di ricambiarli.
Con un geniale ribaltamento di prospettiva, il film ci porta infatti
ad identificarci con un robot e a provare attraverso i suoi sensori
artificiali quello che consideravamo una prerogativa squisitamente
umana: l'amore e la responsabilità emotiva che esso comporta.
Ispirato a un racconto fantascientifico di Brian Aldiss,
il film fa più volte esplicito riferimento alla favola
di Pinocchio. Kubrick e Spielberg hanno colto perfettamente
il paradosso che anima il capolavoro di Collodi: Pinocchio
risulta infinitamente più umano come burattino di legno
che quando si trasforma alla fine in un banale bambino perbene.
Così anche David, il protagonista artificiale di A.I.,
esprime meglio la sua umanità nel desiderio di trasformarsi
in un bambino di quanto potrebbe fare se lo fosse. La controprova
è nel fratello in carne ed ossa, Martin: arido, insensibile
e superficiale. Disumano, insomma. Allora, in cosa consiste la
nostra umanità, cosa significa vero, cosa differenzia la
realtà dalla percezione? Spielberg e Kubrick
si pongono degli interrogativi immensi per rispondere nella maniera
più semplice, attraverso dei sentimenti universali come
il bisogno di sentirsi amati e il sogno di appagare i propri desideri.
Con un ulteriore paradosso, il film ipotizza che un robot diventi
custode dello spirito umano: testimone e messaggero presso civiltà
future del tesoro di immaginazione, creatività e sentimenti
appartenuto alla specie umana ormai estinta. Attraverso una macchina,
questo contenuto emotivo si conserva nel tempo e si manifesta
proiettato in una sorta di spazio virtuale. Non diversamente fa
il cinema: questo film profondamente onirico è infatti
la prova di come il patrimonio spirituale di più persone
possa fondersi in un immaginario comune. Pieno di citazioni
bifronti, A.I. è al tempo stesso un film postumo
di Kubrick e una summa dell'opera di Spielberg. «Negli anni
'80», spiega Spielberg, «Stanley mi fece dono della
sua fiducia e mi raccontò una storia bellissima, che da
quel momento mi fu impossibile dimenticare: un insieme perfetto
di scienza e umanità che mi hanno spinto, dopo la sua morte,
a raccontarla per lui». Come le anonime cattedrali gotiche,
la paternità di questo capolavoro collettivo è meno
importante del messaggio che trasmette: un messaggio che per espletarsi
ha bisogno non di critici saccenti che lo commentino con freddezza,
ma di un pubblico abbastanza sensibile da lasciarsi commuovere
senza pudori. In attesa di macchine capaci di farlo meglio al
nostro posto.
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LA BATTUTA: Scusa se non sono umano!
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