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recensione di Alessandro Bencivenni per la rubrica in collaborazione con Kino
  GIUDIZIO: DELUDENTE MEDIO BUONO OTTIMO

A.I. INTELLIGENZA ARTIFICIALE
(A.I. Artificial Intelligence) di Steven Spielberg, con Haley Joel Osment, Jude Law, Frances O'Connor, William Hurt.
Distribuzione: Warner Bros., durata: 144'

LA TRAMA: Un robot con le fattezze e i sentimenti di un bambino cerca disperatamente di diventare umano per conquistare l'amore materno.

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Da quando i computer hanno cominciato a battere i campioni di scacchi abbiamo imparato a deporre l'illusione della superiorità dell'intelligenza umana su quella artificiale. Artificial Intelligence va oltre: ci toglie anche quella di saper provare dei sentimenti meglio di quanto sappiano fare le macchine. Anzi, la domanda che si pone non è se le macchine riusciranno a provare dei sentimenti, ma se gli uomini saranno all'altezza di ricambiarli. Con un geniale ribaltamento di prospettiva, il film ci porta infatti ad identificarci con un robot e a provare attraverso i suoi sensori artificiali quello che consideravamo una prerogativa squisitamente umana: l'amore e la responsabilità emotiva che esso comporta. Ispirato a un racconto fantascientifico di Brian Aldiss, il film fa più volte esplicito riferimento alla favola di Pinocchio. Kubrick e Spielberg hanno colto perfettamente il paradosso che anima il capolavoro di Collodi: Pinocchio risulta infinitamente più umano come burattino di legno che quando si trasforma alla fine in un banale bambino perbene. Così anche David, il protagonista artificiale di A.I., esprime meglio la sua umanità nel desiderio di trasformarsi in un bambino di quanto potrebbe fare se lo fosse. La controprova è nel fratello in carne ed ossa, Martin: arido, insensibile e superficiale. Disumano, insomma. Allora, in cosa consiste la nostra umanità, cosa significa vero, cosa differenzia la realtà dalla percezione? Spielberg e Kubrick si pongono degli interrogativi immensi per rispondere nella maniera più semplice, attraverso dei sentimenti universali come il bisogno di sentirsi amati e il sogno di appagare i propri desideri. Con un ulteriore paradosso, il film ipotizza che un robot diventi custode dello spirito umano: testimone e messaggero presso civiltà future del tesoro di immaginazione, creatività e sentimenti appartenuto alla specie umana ormai estinta. Attraverso una macchina, questo contenuto emotivo si conserva nel tempo e si manifesta proiettato in una sorta di spazio virtuale. Non diversamente fa il cinema: questo film profondamente onirico è infatti la prova di come il patrimonio spirituale di più persone possa fondersi in un immaginario comune. Pieno di citazioni bifronti, A.I. è al tempo stesso un film postumo di Kubrick e una summa dell'opera di Spielberg. «Negli anni '80», spiega Spielberg, «Stanley mi fece dono della sua fiducia e mi raccontò una storia bellissima, che da quel momento mi fu impossibile dimenticare: un insieme perfetto di scienza e umanità che mi hanno spinto, dopo la sua morte, a raccontarla per lui». Come le anonime cattedrali gotiche, la paternità di questo capolavoro collettivo è meno importante del messaggio che trasmette: un messaggio che per espletarsi ha bisogno non di critici saccenti che lo commentino con freddezza, ma di un pubblico abbastanza sensibile da lasciarsi commuovere senza pudori. In attesa di macchine capaci di farlo meglio al nostro posto.

LA BATTUTA: Scusa se non sono umano!

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