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LA PIANISTA
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recensione di Alessandro Bencivenni per la rubrica in collaborazione con Kino
  GIUDIZIO: DELUDENTE MEDIO BUONO OTTIMO

LA PIANISTA
(La Pianiste) di Michael Haneke, con Isabelle Huppert, Annie Girardot, Benoît Magimel, Anna Sigalevitch, Susanne Lothar.
Distribuzione: BIM, durata: 130'

LA TRAMA: A Vienna, un'insegnante di piano repressa e solitaria allaccia una perversa relazione con un suo allievo.

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Quando questo film fece incetta di premi al festival di Cannes, furono in molti a ribellarsi. Il regista Michael Haneke ama le storie sgradevoli e non è fatto per piacere a tutti. Funny Games aveva scandalizzato per la sua crudezza e c'è molta violenza anche in questo film: soprattutto violenza nelle relazioni psicologiche e nei rapporti sessuali. Ma la violenza più crudele è quella che Erika, la protagonista del film (una straordinaria e inquietante Isabelle Huppert) esercita verso sé stessa: prima negandosi qualsiasi sentimento e poi abbandonandosi a una relazione sadomaso con un allievo. Non pretendo di essere un esperto in materia, ma credo che nelle pratiche sadomasochiste il pittoresco armamentario di maschere, catene e legacci assortiti sia molto meno perverso e costrittivo dei vincoli invisibili imposti dalle regole del gioco: un gioco che persegue l'obiettivo paradossale di imporre regole al piacere, cioè proprio alla sfera delle emozioni, che dovrebbe essere quella più avida di libertà e di trasgressione. Lo stesso paradosso anima l'esercizio della musica classica, che fra le arti è forse quella più vicina alle passioni, ma che per esprimerle richiede la più intransigente delle discipline. Così non stupisce che sia proprio una pianista (anzi un'insegnante di piano, con le relative implicazioni nel rapporto maestra-allievo) la protagonista del torbido romanzo della scrittrice austriaca Elfriede Jelinek, adattato per lo schermo dal suo compatriota Michael Haneke. Se la Jelinek usa la penna come uno scalpello, il regista fa altrettanto con la cinepresa, descrivendo in maniera elegante ma assolutamente impietosa il calvario emotivo della protagonista: una donna repressa che cerca il piacere attraverso l'umiliazione e finisce per ottenere solo l'umiliazione senza il piacere. Spietato fino all'ultimo, Haneke nega al personaggio anche la dignità di un finale tragico, condannandola a una patetica parodia delle eroine da melodramma. In tutta questa gelida ferocia, la Huppert si muove con sorprendente disinvoltura. Avvezza a interpretare ruoli estremi e perversi, reduce dal successo teatrale con Fedra, vive il personaggio di Erika come una catarsi: «In tutta la storia del teatro drammatico i grandi personaggi sono i più complessi, violenti o turpi. Recitare questi personaggi mi rende più leggera, è come se mi togliesse un peso». Così, in un certo senso, alla Huppert riesce nella realtà ciò che il suo personaggio persegue senza successo nella finzione: ricavare piacere dalla crudeltà.

LA BATTUTA: Io non ho sentimenti.

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