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LA
PIANISTA
(La Pianiste) di Michael Haneke, con Isabelle Huppert, Annie Girardot,
Benoît Magimel, Anna Sigalevitch, Susanne Lothar.
Distribuzione: BIM, durata: 130'
LA
TRAMA: A Vienna, un'insegnante di piano repressa e solitaria
allaccia una perversa relazione con un suo allievo.
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Quando questo film fece incetta di premi al festival di Cannes,
furono in molti a ribellarsi. Il regista Michael Haneke
ama le storie sgradevoli e non è fatto per piacere a tutti.
Funny Games aveva scandalizzato per la sua crudezza e c'è
molta violenza anche in questo film: soprattutto violenza nelle
relazioni psicologiche e nei rapporti sessuali. Ma la violenza
più crudele è quella che Erika, la protagonista
del film (una straordinaria e inquietante Isabelle Huppert)
esercita verso sé stessa: prima negandosi qualsiasi sentimento
e poi abbandonandosi a una relazione sadomaso con un allievo.
Non pretendo di essere un esperto in materia, ma credo che nelle
pratiche sadomasochiste il pittoresco armamentario di maschere,
catene e legacci assortiti sia molto meno perverso e costrittivo
dei vincoli invisibili imposti dalle regole del gioco: un gioco
che persegue l'obiettivo paradossale di imporre regole al piacere,
cioè proprio alla sfera delle emozioni, che dovrebbe essere
quella più avida di libertà e di trasgressione.
Lo stesso paradosso anima l'esercizio della musica classica, che
fra le arti è forse quella più vicina alle passioni,
ma che per esprimerle richiede la più intransigente delle
discipline. Così non stupisce che sia proprio una pianista
(anzi un'insegnante di piano, con le relative implicazioni nel
rapporto maestra-allievo) la protagonista del torbido romanzo
della scrittrice austriaca Elfriede Jelinek, adattato per
lo schermo dal suo compatriota Michael Haneke. Se la Jelinek usa
la penna come uno scalpello, il regista fa altrettanto con la
cinepresa, descrivendo in maniera elegante ma assolutamente impietosa
il calvario emotivo della protagonista: una donna repressa che
cerca il piacere attraverso l'umiliazione e finisce per ottenere
solo l'umiliazione senza il piacere. Spietato fino all'ultimo,
Haneke nega al personaggio anche la dignità di un finale
tragico, condannandola a una patetica parodia delle eroine da
melodramma. In tutta questa gelida ferocia, la Huppert si muove
con sorprendente disinvoltura. Avvezza a interpretare ruoli estremi
e perversi, reduce dal successo teatrale con Fedra, vive
il personaggio di Erika come una catarsi: «In tutta la storia
del teatro drammatico i grandi personaggi sono i più complessi,
violenti o turpi. Recitare questi personaggi mi rende più
leggera, è come se mi togliesse un peso». Così,
in un certo senso, alla Huppert riesce nella realtà ciò
che il suo personaggio persegue senza successo nella finzione:
ricavare piacere dalla crudeltà.
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LA BATTUTA: Io non ho sentimenti.
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