Bufera nelle carceri, i delinquenti hanno le mani legate
Sos detenuti: «Dateci rinforzi o i secondini evaderanno»
SASSARI - Frustrati, incattiviti, in prevalenza maschi, senza speranza di una vita migliore. I secondini italiani sono la prova vivente che detenzione e recupero sono incompatibili. Dopo il grave episodio del carcere di San Sebastiano, dove un pugno di galeotti disarmati non è riuscito a riportare alla ragione un'orda imbizzarrita di agenti di custodia, i detenuti italiani chiedono aiuto al governo. «Non ce la facciamo più - lamentano -. Non siamo assistenti sociali né missionari. Quando siamo arrivati in carcere pensavamo di lavorare e di studiare, come prescrive la legge, non di dover sorvegliare un esercito di violenti incalliti abituati a mettersi sotti i piedi la legge e il rispetto dei diritti umani». Il documento firmato dai rappresentanti della popolazione carceraria si conclude con una sinistra previsione: «Se non saremo messi in grado di tenere sotto controllo i secondini, questi tenteranno un'evasione in massa. E non osiamo pensare a cosa succederebbe se questi energumeni si disperdessero nei centri abitati». A surriscaldare il clima negli istituti di pena, la sovrappopolazione: in proporzione al numero dei suoi detenuti, l'Italia ha più polizia penitenziaria di Francia, Germania e Stati Uniti, un'anomalia che è già stata segnalata in autorevoli sedi internazionali. L'ex ministro della Giustizia, Oliviero Diliberto, aveva proposto un disegno di legge per lasciare fuori dal carcere i secondini socialmente meno pericolosi, e consegnarli agli arresti domiciliari: nel suo ambiente domestico, il secondino avrebbe naturalmente ridotto la propria aggressività a qualche ceffone alla suocera o a uno scapaccione al figlio. Più energico l'attuale ministro Piero Fassino, che ha suggerito di inviare nelle carceri più «calde» contingenti di militari di leva. Un'ipotesi subito bocciata sia dai detenuti che dagli agenti di custodia: «I militari
di leva? Neanche per sogno. Quelli sì che ammazzano».
Continua la malinconica epopea del Don Chisciotte dell'Ulivo
Di Pietro sfida un mulino a vento: «Craxiano, la tua fine è giunta»
ROMA - E' sempre più imbarazzante la monomania del Senatore dalla Trista Figura, Antonio Di Pietro. Afflitto da una fissazione che lo costringe a rivivere nel prosaico mondo della politica gli ideali cavallereschi della magistratura milanese, l'attempato paladino della giustizia continua a far ridere la capitale con le sue patetiche rodomontate. «A forza di leggere incartamenti di processi - spiega sconsolato un suo collega, il senatore Panza -, Di Pietro si è convinto che la leggenda di Mani Pulite, la romantica epopea medievale in cui giudici virtuosi e intrepidi combattevano per espugnare la cittadella infedele di Tangentopoli, sia ancora viva e reale, e ogni mattina parte alla caccia di minacciosi e giganteschi craxiani che, nella sua fantasia allucinata, insidierebbero i cittadini indifesi. Ho tentato di spiegargli che Bettino Craxi è solo una figura mitologica e che non è vero che dove finisce l'arcobaleno giace sepolto il Conto Protezione, ma lui non dà retta». E' solo dell'altro ieri l'assalto lancia in resta, in piena aula di Palazzo Madama all'inoffensivo Giuliano Amato, che la mente sconvolta di Di Pietro ha trasformato in un infido ciambellano dell'odiato Craxi (tutti sanno che l'attuale premier fino a pochi anni fa si occupava unicamente di coniglicultura nella sua tenuta toscana). Oggi, un episodio ancora più penoso. Stamane, alcuni contadini della campagna romana hanno chiamato la polizia riferendo che un forsennato stava tentando di ammanettare un mulino a vento. Giunti sul posto, i poliziotti hanno riconosciuto il senatore Di Pietro: «Fatti avanti, perfido craxiano - gridava -, non riuscirai a fuggire ad Hammamet! Dove hai nascosto le tangenti?» Solo dopo una lunga trattativa il poveruomo, semitramortito dalle pale del mulino, ha accettato di desistere dalla folle impresa. «E' vero, forse non era un craxiano - ha ammesso Di Pietro, ritornato in sé -, altrimenti a quest'ora sarebbe al governo».
Torna l'incubo delle PR: i killer dell'immagine sono a piede libero
Lo staff di D'Alema entra in clandestinità
ROMA - I Vip tremano. Gli alti papaveri della politica si circondano di gorilla. E anche i semplici cittadini non si sentono più sicuri. Gianni Cuperlo, Fabrizio Velardi e Marco Minniti, le tre anime del commando che ha reso Massimo D'Alema il premier più odiato del secolo, potrebbero colpire ancora, magari alla cieca. La loro subdola strategia consiste nell'incollarsi al fianco della vittima pretendendo di curare i suoi rapporti con il pubblico. Risultato, entro pochi mesi il poveretto viene preso a sputi in faccia dovunque vada, si vede sbeffeggiato anche quando combina qualcosa di utile, viene cacciato dai governi senza un motivo plausibile. Era lecito aspettarsi che dopo la caduta del governo i tre venissero dispersi nella selva amazzonica, nel deserto del Gobi o in qualunque altro luogo disabitato dove i tre macellai dell'immagine non potessero nuocere. Ma Cuperlo, Velardi e Minniti si sono dileguati. «Non hanno finalità politiche, sputtanano la gente per puro piacere - spiega un funzionario di polizia che si è messo sulle loro tracce -, e agiscono nell'ombra. Il massacro dell'immagine di D'Alema li ha eccitati, e ora stanno lasciando una scia di reputazioni distrutte. Da tutta Italia ci giungono segnalazioni di persone che in pochi giorni, misteriosamente, si ritrovano oggetto dell'avversione popolare, fino a rischiare il linciaggio». Ma gli sforzi degli investigatori potrebbero essere inutili. Secondo una soffiata dell'ultima ore, Cuperlo, Velardi e Minniti sarebbero già in volo per Washington. Pare che George Bush jr. intenda infiltrarli nello staff di Al Gore, il suo rivale nella corsa alla Casa Bianca. «Un mese con quei tre - avrebbe rivelato Bush - e Gore finirà peggio di Nixon».
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