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  2000
L'Italia civile apre un negoziato con l'aldilà
Ridateci Gassman
e prendetevi Andreotti


ROMA - Forse siamo ancora in tempo per riparare a una colossale ingiustizia. La supplica, corredata da migliaia di firme (e molte ancora ne stanno arrivando) è già stata inoltrata via medium alle autorità oltretombali, e si spera di ottenere una risposta entro le prossime ore. Il contenuto della petizione è semplice e perentorio: l'aldilà deve restituirci subito Vittorio Gassman, e, se proprio la barca di Caronte deve trovare un passeggero nelle prossime ventiquattr'ore, va cercato in una rosa di matusalemme di cui l'Italia fa volentieri a meno. «Su Vittorio Gassman l'aldilà deve trattare - proclamano i firmatari del messaggio -: si è già portato via Ugo Tognazzi, Walter Chiari e Marcello Mastroianni senza che lo Stato alzasse un dito. E, soprattutto, continua a ignorare personaggi ben più anziani e nocivi come Giulio Andreotti e Francesco Cossiga. Per non parlare di Gianni Agnelli, che è coetaneo dei mammut e ancora continua a sputare sentenze su tutto, dai sindacati alla Nazionale di Zoff». Ma c'è chi invita a proporre al Tristo Mietitore alternative più invitanti: «La Morte mica è scema. Figuriamoci se in cambio di un grandissimo attore come Gassman accetta un losco figuro che fa battute da oratorio, uno squilibrato sardo o un gagà rimbambito. Per avere qualche speranza di successo bisogna offrirle qualche vegliardo più decoroso, o almeno incensurato, ad esempio Indro Montanelli o Norberto Bobbio». Un'agenzia pervenuta pochi minuti fa dal Paradiso apre uno spiraglio: «Macché morte, si tratta solo di una tournée estiva - rassicura San Pietro -. Figuratevi se possiamo tenercelo: qui da noi ci sono già Kean, Laurence Olivier e John Gielgud e litigano tutto il santo giorno su chi fa meglio Otello».

Anche in punto di morte ha pensato a coloro cui aveva dedicato la vita
Il testamento di Cuccia:
«Lascio tutto ai ricchi»


MILANO - «I miei ricchi, state vicino ai miei ricchi...» Le sue ultime parole sono state per loro, i miliardari e gli industriali che assisteva da più di mezzo secolo. Per soccorrerli si era alzato tutte le mattine all'alba, incurante dell'età, dei disagi e delle malattie che piagavano il suo piccolo, fragile corpo. Per servirli aveva fondato un ente, Mediobanca, un porto sicuro per tutti i capitalisti affamati di denaro e assetati di potere, che nel mitico «salotto buono» trovavano sempre una parola di comprensione e una ciotola di azioni. E nemmeno nell'ora più fatale Enrico Cuccia ha dimenticato la missione che, tanti anni prima, gli aveva fatto rinunciare a una spensierata povertà al sole della Sicilia per indossare l'umile grisaglia di banchiere con cui si aggirava nelle inclementi nebbie milanesi. In obbedienza alle sue ultime volontà, tutto il patrimonio di Cuccia verrà speso per alleviare le sofferenze dei più facoltosi. «Negli ultimi tempi era angosciato per la difficile situazione degli orfanelli Gardini - ricorda un suo collaboratore -. Un padre suicida, una madre in crisi mistica, tre poveri trentenni ricchi sfondati lasciati a se stessi e a quarantacinque domestici. Grazie al lascito di Enrico, potranno guardare al futuro con più serenità». Ora ci si interroga su chi proseguirà l'opera caritatevole del samaritano di Mediobanca. C'è chi fa il nome del figlio Enrico Cucciolo, che potrà succedergli solo quando smetterà di addentare le gambe dei divani e seppellire ossi in giardino. Ma è ancora troppo presto per azzardare ipotesi. Anche perché per l'accertamento definitivo del decesso bisognerà aspettare qualche giorno, come spiega il primario della clinica dove il presidente di Mediobanca era ricoverato: «Cuccia non respira, non mangia, non mostra segni di sensibilità e appare rigido e bianco come un cadavere ma era così anche sessant'anni fa. Se la prossima settimana non lo vedrò passare per via Filodrammatici, significa che è proprio finita».

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