Mazza che fusti! I boschi italiani vogliono giustizia sommaria
Pino marittimo bastona un piromane
FOGGIA - «Io, pentito? Neanche per sogno». Anzi, è orgoglioso del suo gesto il pino di Sannicandro Garganico che stamattina ha reagito all'assalto di un piromane calandogli un nodoso ramo sull'osso del collo. Il malcapitato ora si trova all'ospedale, e i medici non hanno ancora sciolto la prognosi. «L'ho visto con la tanica e l'accendino - ha raccontato il pino ai carabinieri - e ho cercato di scoraggiarlo lanciandogli in testa qualche pigna. Guardie forestali in giro, niente. Lui non si fermava, e allora ho deciso di fermarlo io con i miei mezzi: un ramo regolarmente denunciato.
Spero che si salvi, anche perché ho intenzione di chiedergli i danni per l'ammaccatura che mi ha lasciato sulla corteccia». Il protagonista dell'impresa si è guadagnato il plauso di tutta la
popolazione arborea italiana, esasperata dall'arroganza degli incendiari e dall'inerzia dello Stato. «Credevamo che con una Quercia e un Ulivo al governo le cose per noi sarebbero migliorate - commenta amaramente un vecchio noce campano -. E invece tutto è rimasto come prima. Nessuno ci protegge, e non possiamo continuare a vegetare nella paura. Qui abbiamo istituito delle fronde notturne per presidiare il territorio, ma non basta». I più indifesi sono i cespugli della macchia mediterranea, che la
Natura non ha provvisto di mezzi in grado di mettere in fuga i malintenzionati. Alcuni arbusti stanno frequentando corsi di difesa personale tenuti da cactus, mentre in altre zone sarà necessario mettere i doppi vetri alle ginestre.
Dopo la proposta Turco, boom della prostituzione a Colfiorito
I terremotati umbri: «Anche noi vogliamo tornare nelle case»
PERUGIA - «Mille lire nella tua macchina, cinquecento nel mio prefabbricato». E' ancora inesperta degli attuali listini-prezzi del sesso a pagamento la signora Peppa B., ed è comprensibile: ha ottant'anni e fino al terremoto del '97 è sempre vissuta in un casolare sull'Appennino umbro.
Poi, tre lunghi anni fra tende e baracche, nella vana attesa di una vera abitazione. Ma il disegno di legge annunciato ieri dal ministro della Solidarietà sociale Livia Turco, volto a far ritornare nelle case le prostitute costrette a vendersi lungo le strade, ha riacceso un filo di speranza in Peppa e in tanti compagni di sventura, inducendoli ad arruolarsi seduta stante nell'esercito delle lucciole per garantirsi un futuro sereno fra quattro mura. I senzatetto più scettici hanno ricordato che già Prodi, all'indomani del sisma, aveva promesso di riportarli nelle case, e la Turco non sembra più affidabile. E poi molti che hanno già affrontato lunghe e infruttuose trafile burocratiche per riavere una casa non se la sentono di accontentare anche l'ultima pretesa del governo, anche se stare in piedi davanti a uno sportello non è più faticoso che davanti a un falò. La maggioranza però è fiduciosa. «Ormai non speravo più di poter tornare in una casa - gongola Gustavo, agricoltore di Nocera Umbra che da ieri sera adesca i camionisti in shorts e zeppe alla periferia di Perugia -. E se per averla devo fare
qualche marchetta, pazienza. Sempre meglio che passare un'altra estate fra le lamiere roventi. Paura? Sì, quella di essere riconosciuto dai miei concittadini. Poi magari vengono qui a rubarmi il posto». Eleonora, vedova dalla reputazione integerrima, rincara la dose: «Il ministro Turco deve riportarmi in una casa chiusa. Con tutte le correnti che ci sono in quel maledetto prefabbricato i miei reumatismi sono peggiorati». Ma nel 2000 è difficile improvvisarsi prostitute. «I giovani d'oggi non hanno più voglia di fare l'amore - si meraviglia una nonnina al suo debutto nel mondo del vizio - Stasera uno mi ha chiesto una pompa, un altro una sega. Io gli ho detto che i ferramenta aprono alle nove».
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