E' l'unica arma per difenderci dai feltrofili
Pubblicati gli elenchi
dei lettori di «Libero»!
MILANO. Solo nomi e cognomi. Niente foto, né indirizzi, nemmeno quello
dell'edicola preferita. Ma il dado è tratto: da domani alcuni quotidiani,
rompendo il muro dell'omertà, divulgheranno le liste dei fedelissimi di
Libero, il ripugnante giornale di Vittorio Feltri. I nomi sono stati
ricavati dalle indagini di mercato, e si riferiscono ai viziosi incalliti
che hanno acquistato Libero almeno tre volte. Ma è giusto additare al
pubblico ludibrio quattordici sciagurati, di cui una buona metà anziani
parenti di Feltri? «E' stata una decisione sofferta - ammettono i direttori
che hanno aderito all'iniziativa -. Per fare in modo che l'elenco occupi
almeno una colonna dovremo scrivere i nomi a caratteri cubitali, con grave
danno per l'armonia della pagina. Ma era necessario dare un segno di
riprovazione sociale contro questi mostri, che rischiano di far precipitare
il nostro Paese in un abisso di violenza e di inciviltà». Ma contro la
gogna anti-feltrofili si sta levando un coro di voci contrarie. Secondo
alcuni le liste sono inutili: gli unici effetti degli elenchi dei pedofili
diffusi proprio da Libero sono stati alcuni casi di tentato linciaggio
contro malcapitati omonimi e l'irritazione di molti pedofili doc,
ingiustamente esclusi dal Gotha feltriano. E c'è chi teme che, sull'onda
dell'emotività, un giorno qualcuno decida di rendere pubbliche anche le
liste dei lettori della Voce Repubblicana o dell'Opinione. «La caccia alle
streghe è inutile - rileva il ministro Livia Turco - tutte le indagini
sottolineano che il feltrofilo può nascondersi nello zio o nel vicino di
casa». Un «no» deciso viene anche dai giudici e dagli operatori impegnati
nel sociale: «La feltrofilia, prima di essere un crimine, è una vera e
propria malattia - dice don Rigoldi -, che richiede cura e soprattutto
prevenzione. Non si diventa feltrofili dall'oggi al domani, questi
disgraziati hanno spesso alle spalle una triste storia di violenze: un
amante di Libero di Feltri è quasi sempre un ex lettore del Giornale di
Feltri».
Russia: polemiche fra gli ortodossi dopo la sciagura nell'Artico
Sotto accusa il neo-santo Zar Nicola
«Non ha fatto nulla per salvare il Kursk»
MOSCA. «Se la grazia la chiedevamo a Lenin, magari le cose andavano
diversamente». Si fanno sempre più insistenti i mugugni sotto le cupole di
San Basilio. A dieci giorni dal disastro del Kursk, dopo Vladimir Putin, il
più bersagliato dalle critiche è proprio lui, san Nicola Romanov, lo zar
ucciso dai bolscevichi da poco canonizzato insieme a tutta la famiglia
reale dalla Chiesa ortodossa. Il suo debutto fra i beati non poteva essere
più sfortunato: malgrado le ferventi preghiere arrivategli da tutta la
Russia, non uno dei marinai dello sfortunato sottomarino è sopravvissuto.
Il primate di Mosca smentisce le voci secondo cui, mentre i marinai del
Kursk perivano miseramente, il neo-santo era impegnato in una caccia alla
volpe nella sua nuova tenuta oltremondana, parla di inesperienza: «Il
Piccolo Padre Santo Zar Nicola è fresco di nomina, non gli si può chiedere
troppo. Magari credeva che il Kursk fosse in mano agli ammutinati
comunisti, come l'incrociatore Potiomkin. Dategli tempo, e vedrete che si
farà». Ma i fedeli sono di tutt'altro parere. «Incapace era, e incapace è
rimasto - brontola un anziano devoto -. Non glien'è mai fregato nulla delle
sofferenze della povera gente. Se nel 1917 ce ne siamo sbarazzati a quel
modo, ci doveva essere pur qualche ragione». Le anziane madri dei marinai
che si erano raccomandate alla Santa Zarina Alessandra non hanno avuto
migliore fortuna. Secondo le insinuazioni più velenose, la defunta regina
non avrebbe saputo far di meglio che chiedere aiuto al suo storico
consigliere, il monaco Rasputin, che, sfortunatamente, si trova all'inferno.
Usa, il sì di Clinton alla clonazione umana scatena i repubblicani
Bush jr. dalla parte degli embrioni:
«La sperimentazione è disumana,
meglio l'iniezione letale»
WASHINGTON. La religione e il rispetto dell'uomo contro ena scienza crudele
e immorale. Ovvero, il più accreditato aspirante alla Casa Bianca, il
repubblicano George Bush jr., contro il presidente Clinton e il suo piano
per la clonazione a fini terapeutici. «La vita umana e il diritto alla pena
di morte cominciano fin dal concepimento», ha proclamato il rivale di Al
Gore, dopo che la Presidenza ha annunciato l'avvio delle ricerche sulle
cellule staminali, autorizzando l'utilizzo di embrioni-cavie. Contro questa
tecnica, che potrebbe consentire di sconfiggere alcune gravi malattie
degenerative, la destra americana è insorta. «Per togliere di mezzo il
morbo di Parkinson una volta per tutte noi in Texas abbiamo da anni un
progetto ben preciso - afferma Bush -, e cioè prendere quel dannato
Parkinson e impiccarlo all'albero più alto. Non siamo ancora riusciti a
catturarlo, ma è solo questione di ore. Del resto, come mi fanno notare i
miei consiglieri, se eliminiamo le malattie degenerative del cervello,
perderemmo più della metà del nostro elettorato». Ciò che preme all'ex
governatore della Stella Solitaria è soprattutto la dignità dell'embrione
umano. «E' minorenne, non ha fatto nulla ed è pure un po' bruttino -
concede Bush jr. - ma non per questo deve morire sotto i ferri invece che
in una bella cella della morte come tutti i cittadini americani. Un diritto
che in America è riconosciuto ai minori di 16 anni, ai malati di mente,
agli handicappati e perfino agli innocenti».
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