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  2000
Ecco il vero obiettivo della megaoperazione Enel!
Crudelia Tatò: «Voglio una pelliccia
di cane Infostrada»


ROMA - Ci aveva provato in tutti i modi. Dalle moine alla zuppa al sonnifero, passando per il tentato rapimento mentre il suo padrone, Fiorello, presentava il Festivalbar. Purtroppo la realtà si è rivelata molto più spietata dei film Disney, e alla fine Crudelia Tatò, il perfido amministratore delegato di Enel, ce l'ha fatta: per l'inverno 2000 potrà sfoggiare la tanto desiderata pelliccia bianca e nera. Quella del pastore irlandese più famoso della tivù: il cane Infostrada. Uno sfizio costato 22mila miliardi e la noia di dover aggiungere anche Infostrada alla già sterminata lista di controllate Enel, ma la Mannesmann Vodafone è stata irremovibile: cane e azienda sono inseparabili, e chi voleva l'uno doveva prendersi anche l'altra. Il vero motivo della megaoperazione è apparso chiaro fin dalle prime ore dalla sua chiusura, quando Crudelia Tatò ha preso a calci i libri contabili e i documenti che gli porgevano i manager Infostrada e ha urlato: «Al diavolo queste cartacce. Portatemi il cane!». Il supermanager ha provveduto personalmente a narcotizzare il quadrupede e a consegnarlo ai conciapelli delle stiliste Fendi. Chicco Testa, presidente di Enel, ammette imbarazzato: «La strategia imprenditoriale non c'entra. Ha comprato Infostrada solo per la pelle di quella bestia, e non ho potuto fare nulla per fermarlo. Dal primo momento che ha visto il cane in tivù non ha più avuto pace. Era diventata una fissazione. Se l'avesse notato in uno spot dei pannolini, avrebbe comprato la Lines. Altro che filosofia tedesca: la vera passione segreta di Tatò sono le pellicce bizzarre, e pare che l'abbiano cacciato dalla Germania, dove faceva il manager, proprio per la sua abitudine di scuoiare zibellini sulla moquette dell'ufficio». Voci inquietanti confermate anche da indiscrezioni provenienti dalla ex Fininvest, precedente tappa nella carriera di Crudelia Tatò: era l'unico pezzo grosso berlusconiano che rubava le pellicce alle soubrettes, invece di regalargliele.

Tg Squarto: imbarazzo dopo la messa in onda delle violenze a Ramallah
Linciaggio in tivù, Emilio Fede chiede scusa
«Non si vedevano bene le budella»


ROMA - Va in onda su Mediaset la replica del caso Lerner. A trasmettere un filmato talmente scioccante da chiamare in causa il direttore in persona, è stato il Tg4 di Emilio Fede, che ieri ha diffuso in orario non protetto, le agghiaccianti immagini, riprese in esclusiva da una troupe Mediaset del linciaggio di tre militari israeliani da parte dei palestinesi inferociti. Prevedibili le proteste dei telespettatori, un po' meno l'apparizione di Emilio Fede, che al termine del giornale ha sentito il bisogno di apparire in video per porgere le sue scuse. «Per un'incredibile concatenazione di contrattempi - ha esordito - non sono ancora partito per il casinò di Saint Vincent, e così mi è capitato di vedere il nostro servizio da Ramallah. Immagini inqualificabili, allucinanti, per di più realizzate da operatori del nostro tiggì che hanno clamorosamente mancato al loro dovere. Intanto, erano stati inviati in Palestina per filmare un po' di bambini crivellati da qualcuno dei contendenti, e invece si sono lasciati distrarre dal banale pestaggio di tre marcantoni maggiorenni. Come se non bastasse, non sono riusciti a catturare i particolari più stuzzicanti della mattanza: le budella che schizzano, gli arti strappati e branditi dagli aggressori come trofei, le urla inumane delle vittime. Almeno si fossero disturbati a immortalare i visi dei loro familiari alla notizia del massacro. Niente di niente. E più colpevoli della troupe i redattori del Tg che hanno messo in onda spensieratamente questa robaccia invece di un bel servizio su Rutelli sorpreso mentre si scaccola al semaforo». Quindi ha tirato fuori dal taschino un foglietto bianco che ha lasciato immaginare ai telespettatori l'ennesima raccomandazione-scandalo. Ma pare che sul cartoncino fosse scritto solo «punta tutto sul 42 nero».

Migliaia di ex diccì non catalizzati, una minaccia per l'ambiente
Centro chiuso per inquinamento:
si potrà entrare in politica solo a piedi


ROMA - Aria grigia e irrespirabile, tassi di inquinamento da Terzo Mondo, proclami strombazzanti dal mattino fino a tarda sera. E tutto nei pochi metri quadrati che separano la destra dalla sinistra. Alla fine il tanto temuto «stop» è arrivato: per ordine del Ministero dell'Ambiente, da oggi il centro della politica sarà chiuso a tempo indeterminato. Sergio D'Antoni, che proprio stamattina aveva intenzione di conquistare un parcheggio al centro a bordo di un partitino nuovo fiammante acquistato con i soldi della svendita del sindacato, ha trovato una pattuglia di vigili che lo ha invitato perentoriamente a tornarsene a casa. «Qui non ci passa più uno spillo - riferiscono i pizzardoni sconsolati, indicando l'ingorgo ormai inestricabile di aspiranti centristi -. Da Mastella a Rutelli, tutti ormai vengono a fare shopping di consenso nel centro, perché fa più chic. Poi rimangono tutti incolonnati coi motori accesi, pronti a litigare per accaparrarsi il primo elettore libero. Ed ecco il risultato: una vera fogna dove ormai si circola solo muniti di maschera antigas». Nessuno si rende conto che il centro della politica italiana, dove un tempo sorgeva l'imponente complesso della Democrazia Cristiana, ormai è una zona archeologica buona tutt'al più per le gite turistiche, e che in un paese moderno la politica andrebbe fatta scorrere ordinatamente verso destra e verso sinistra. «Purtroppo le due periferie hanno poco da offrire - osservano i vigili -. Destra e sinistra sono considerate zone squallide, noiose e poco attraenti, e tutti i politici, appena possono, cercano di trasferirsi al centro. Ora scusate, ma dobbiamo tornare al lavoro. Stiamo tentando di alcune spostare vecchie carcasse di democristiani della Prima Repubblica, da Andreotti a Cirino Pomicino, con la coscienza non catalizzata, che continuano ad emettere fumi velenosi.

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