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Calcio povero: in C1 non ci si può permettere nemmeno il razzismo.
Nessun negro in campo: calciatore costretto a picchiare un bianco.

COMO. Avrebbe voluto emulare Sinisa Mihajlovic, e sfogare la sua aggressività con un liberatorio «sporco negro». Ma il negro non c'era. E così Massimiliano Ferrigno, il capitano del Como, ha dovuto sfogarsi su un avversario della sua stessa razza, il calciatore del Modena Francesco Bortolotti. Cose che succedono nello squattrinato campionato di C1, dove il budget delle squadre non consente di mettere in campo quei pittoreschi giocatori camerunensi o nigeriani così utili come valvole di sfogo per la maschia irruenza degli atleti ariani. «Se era negro mi bastava insultarlo per sentirmi un vero uomo - si è giustificato Ferrigno -. Ma Bertolotti era bianco, e pure mio ex compagno di squadra. Non potevo discriminarlo in nessun modo Così sono stato costretto a usare le mani».
Ora il modenese, tramortito da un pugno negli spogliatoi dello stadio, lotta contro la morte, e meno male che il suo aggressore giocava in casa: in trasferta i colpi di Ferrigno sarebbero valsi due punti, e Bertolotti non se la sarebbe certo cavata.
Unanime la condanna dell'aggressione, anche se in molti ci tengono a precisare che simili episodi nulla hanno a che fare con il calcio: «A mandare in coma Bertolotti è stato un pugno - sottolinea un dirigente della squadra comasca -. Può darsi che, quando era già a terra, Ferrigno gli abbia tirato anche un calcio, ma era senza le scarpette regolamentari». Tuttavia il caso apre un nuovo, inquietante scenario, la violenza negli spogliatoi, e c'è chi suggerisce di far arbitrare i cambi e le abluzioni dei giocatori da un arbitro in accappatoio nero. «Sotto le docce si sono sempre visti falli grandi e piccoli - osserva un noto giornalista sportivo - ma oggi si sta esagerando».

Italia incredula dopo la radiazione del direttore di Libero.
Pazzesco: fino a ieri Vittorio Feltri era ancora nell'Ordine dei giornalisti!

MILANO. Un provvedimento sbagliato e senza precedenti, che lascia il pubblico perplesso e angosciato e denuncia la sconfortante deriva del giornalismo italiano. Ebbene sì: molti anni fa Vittorio Feltri, ex direttore del Giornale e fondatore di Libero, era stato ammesso nell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia, di cui possedeva regolamentare tesserino. Un'allucinante vicenda che non sarebbe mai venuta alla luce se non in seguito alla recente radiazione di Feltri dall'Ordine stesso a causa della pubblicazione su Libero, nello scorso settembre, delle foto-choc tratte da siti pedofili.
«Sì, è vero - ammettono fra i denti i vertici dell'Ordine lombardo -, Feltri era iscritto al nostro albo, ed è stata una sorpresa anche per noi. Quando ci è stata presentata la denuncia, credevamo si trattasse di un equivoco e che la richiesta dovesse essere inoltrata all'Ordine Arruffapopoli Reazionari o all'Albo dei Dobermann Professionisti. Per un puro scrupolo abbiamo controllato i nostri registri e con costernazione ci abbiamo trovato il nome di Feltri. Quando ci siamo resi conto che non si trattava di un refuso né di un'omonimia, l'imbarazzo è stato totale». Anche i feltriani più fedeli sono stupiti e delusi: «Chi l'avrebbe detto? - si chiede un lettore affezionato di Libero - Il nostro eroe è stato per anni in quella congrega di smidollati al fianco di gentaglia come Eugenio Scalfari e magari anche Valentino Parlato».
Ma è lo stesso Feltri a tentare di stornare da sé i sospetti più infamanti: «Non nego di aver fatto parte dell'Ordine, ma ero giovane e povero, e quella tessera mi serviva solo per trovare lavoro. Dentro di me la odiavo con tutte le mie forze. Adesso c'è perfino chi insinua che io abbia rispettato per anni la deontologia professionale e la correttezza, e che l'episodio delle foto pedofile sia stato solo un grave errore in una carriera giornalistica tutto sommato dignitosa. Offese ingiuste che respingo al mittente. La mia stagione come direttore del Giornale e le campagne di Libero provano esattamente l'opposto».

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