In casa sua anche un normografo in arabo
Michele Profeta
voleva bombardare l'Irak!
PADOVA - Il re di picche? Cercatelo a Bagdad. Nel mirino di Michele Profeta, il serial killer di Padova, non c'erano solo tassisti e agenti immobiliari, ma anche l'Irak di Saddam Hussein. I sanguinosi progetti dell'avventuriero siculo-veneto prevedevano un raid in territorio irakeno, fissato per venerdì scorso, proprio quando gli sono scattate intorno ai polsi le manette degli investigatori padovani. E così la concorrenza anglo-americana ha avuto campo libero. A queste sconvolgenti conclusioni sono giunti i
magistrati impegnati nell'inchiesta, che nell'appartamento di Profeta hanno rinvenuto, oltre alle armi da collezione, anche un normografo in alfabeto arabo, un caccia B-52 pronto al decollo e una cospicua fornitura di missili Patriot. E' di oggi la notizia del ritrovamento a Bagdad della carta mancante nel mazzo da poker con cui il killer annunciava le sue orribili gesta: il re di picche. «L'assassino era riuscito perfino ad assicurarsi la complicità dell'aviazione inglese - rivela uno dei giudici della Procura - con una telefonata a Blair in cui simulava un forte accento americano». Di lì a pochi minuti l'arrivo della polizia padovana avrebbe messo Profeta in condizioni di non nuocere, ma nel frattempo il premier britannico aveva telefonato alla Casa Bianca per farsi confermare l'ora del raid. Il presidente Bush jr., colto di sorpresa, ha pensato che a chiamare Blair fosse stato quel rimbambito di suo padre ma che poi avesse dimenticato di dirglielo, e così, per evitare liti in famiglia, ha dato ugualmente il via
ai bombardieri. Secondo il difensore di Michele Profeta, proprio quest'ultima scoperta potrebbe scagionare il suo assistito e aprire una nuova pista: «L'ultima aggressione all'Irak è un delitto senza movente, proprio come gli omicidi del tassista e dell'agente immobiliare. Scommettiamo che anche alla Casa Bianca e a Downing Street ci sono mazzi da poker e normografi?»
Bianco o Vigna: adesso chi sta sotto? Provenzano si consegna:
«Tana libera tutti!»
PALERMO - Il grido è risuonato nel centro di Palermo stamattina alle 10.45.
A lanciarlo, dagli uffici della Procura, era proprio lui, Bernardo
Provenzano, il superboss ricercato da chiunque porti una divisa. Un grido
che ha messo fine a una partita di nascondino che stava degenerando in un
litigio generale fra i concorrenti, polizia, carabinieri, ministro
dell'Interno e procuratore generale antimafia. Con la saggezza dei suoi
settant'anni, Provenzano, l'unico capomafia ancora in libertà, ha deciso di
interrompere il gioco prima che si trasformasse in una vera e propria
rissa. «Quei ragazzi stavano sciupando tutto - ha spiegato a una donna
delle pulizie, l'unico essere umano presente in Procura (giudici,
poliziotti e carabinieri si trovavano a Roma a discutere di Provenzano col
ministro Bianco) -. Non hanno ancora capito che quando si gioca
l'importante è non prendersela. Ormai erano così impegnati a battibeccare
fra loro che si stavano dimenticando di cercarmi. Sù, sù, ora ricominciamo
da capo, senza arrabbiarci». Quindi, dopo aver chiesto alla donna di
chiudere gli occhi e contare fino a cento, Provenzano è uscito ed è tornato
a nascondersi. A Roma, dove era in corso il vertice sulla mancata
collaborazione delle forze dell'ordine, la notizia è arrivata come una
doccia fredda, ma la reazione è stata, per una volta, unanime: ognuno si è
rivolto al suo vicino dicendogli «E' colpa tua». Secondo il ministro
Bianco, stavolta non ci sono dubbi su chi dovrà coordinare le ricerche del
superboss: «Tocca alla donna delle pulizie». Ricevuta la notizia, la
signora ha caldamente invitato il ministro e il procuratore generale
antimafia ad andarsi a nascondere.
Demoncrazia: dopo il Vaticano scende in campo la concorrenza
I satanisti ai partiti:
«Ecco le nostre condizioni»
TORINO - Si dispiega a tutto campo la caccia al voto fra Polo e Ulivo. Non è
solo l'agenda del cardinal Sodano a prevedere incontri con Rutelli e
Berlusconi. Nei prossimi giorni i leader dei due schieramenti che si
fronteggeranno alle prossime elezioni saranno ricevuti anche da Astaroth,
responsabile per i rapporti con l'Italia della Chiesa Satanista. «Possiamo
mettere sul tavolo un pacchetto di voti equivalente, se non superiore, a
quello cattolico - spiega il porporato infernale -: anche noi abbiamo pochi
veri praticanti, però possiamo contare su parecchi credenti e una marea di
simpatizzanti, che disertano il sabba settimanale ma ogni giorno insultano
Gesù Cristo con il pensiero e l'azione. Finora non ci siamo mai abbassati a
contrattare l'appoggio elettorale del nostro gregge, ma ci siamo stufati di
fare le anime belle». Ai due contendenti, la Chiesa satanista presenterà
dunque il proprio listino prezzi. Chi vuole il sostegno politico degli
adoratori del diavolo dovrà impegnarsi a difendere concretamente alcuni
valori: avidità, egoismo sociale, attaccamento ai beni materiali. Ideali
che, almeno a parole, stanno a cuore sia al Polo che all'Ulivo. Ma ci sono
due questioni sulle quali i satanisti inviteranno i due leader a scoprire
le carte: difesa della vita e istruzione. A sorpresa, molti dei loro
desiderata coincidono con quelli del Vaticano, a cominciare
dall'abrogazione della legge 194. «Naturale - spiega Astaroth -. Meno
bambini nascono, meno futuri peccatori ci sono. E poi grazie agli aborti
clandestini abbiamo riempito interi gironi infernali a suon di mammane
assassine e di medici ipocriti». Più sorprendente la richiesta di sostegno
economico alle scuole cattoliche, ma, secondo il presule diabolico, solo in
apparenza: «Risparmiano a noi satanisti la fatica di educare i giovani alla
dissimulazione e al classismo». Sull'annosa questione della vendita
dell'anima, punto fondamentale della trattativa con gli inferi, è ancora
buio fitto. Secondo voci ben informate, l'anima di Rutelli sarebbe stata
venduta l'estate scorso in un chiosco di souvenir del Giubileo, mentre
quella di Berlusconi è in mano da anni a un blind trust di pubblicitari.