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Dunque lo aspettavo per cena e non avevo alcuna smania o eccitazione particolare. Dovevo solo passare dalla Esselunga e arginare un po' il casino che regna sovrano nel mio piccolo appartamento. Sono entrata con passo spedito nel supermercato e mi sono trovata di fronte, a non più di mezzo metro, una faccia conosciuta, un volto troppo noto per non essere più riconoscibile, eppure diverso, cambiato dall'immagine che avevo fissata nella memoria. Anche lui mi ha riconosciuto, mi ha rivolto un largo sorriso e un saluto caloroso: "Paola, ma che sorpresa!". La voce non era cambiata tanto quanto il resto: era Roberto, il mio primo uomo.
Ci eravamo conosciuti a una festa ai tempi del liceo. Lui era all'ultimo anno, io in terza. Il ragazzo sportivo e belloccio di oltre dieci anni prima si era trasformato in un signore occhialuto con pochi capelli, sempre molto magro, forse anche di più di un tempo. A prima vista mi è sembrato decisamente invecchiato, ma poi mi sono accorta che a dare quell'impressione erano soprattutto alcuni dettagli: quegli occhiali spessi, appoggiati sulla punta del naso, la barba mal fatta, l'aria dimessa e stanca da bravo padre di famiglia.
In effetti aveva tre figli, una cane e una laurea in ingegneria. Mentre mi raccontava queste cose (e io facevo mostra di ascoltarlo) fui presa da altri pensieri, entrai nella macchina del tempo e mi ritrovai a quella festa del liceo quando lui mi baciò la prima volta e poi volle fare altro.
A sedici anni ero una ragazze come tante, carina e timida come tante. Avevo avuto qualche flirt, baci e poco più, ma non ancora il famoso "rapporto completo". Roberto, l'uomo del supermercato, era più grande, giocava a basket e mi piaceva per suoi capelli sempre arruffati e l'aria un po' da sconvolto.
A quella festa mi invitò subito a ballare (qualcuno evidentemente doveva averlo informato delle mie preferenze per lui), poi mi offrì da bere. Con il sottofondo dei Duran Duran mi fece dei complimenti, raccontò un po' di sé e nel giro di mezz'ora mi aveva già messo la lingua in bocca.
Ricordo, trovarmelo lì davanti me l'ha fatto ricodare precisamente, l'imbarazzo e il senso di colpa che provai allora (mi avevano insegnato che starci subito era sconveniente, un po' da troie) quando sul divano, mentre gli altri ballavano, mi infilò la mano sotto la camicetta e prese a palpeggiarmi il seno, con molta decisione. Doveva essere un po' ubriaco: si muoveva con una certa goffaggine e non andava troppo per il sottile. Con il suo corpo mi rovesciò sui cuscini e mentre mi baciava una sua mano scendeva dentro i jeans e le mutandine per raggiungere il mio sesso. Nessuno mi aveva ancora toccata lì: fui sopresa di scoprimi bagnata e di sentire che il mio respiro si faceva affannoso. Era una strana sensazione, anzi le sensazioni erano tante e si accavallavano: per un verso mi vergognavo, avrei voluto fuggire, da quella stanza dove nonostante la penombra tutti mi potevano vedere, nel contempo ero curiosa, volevo sperimentare ancora le mie reazioni, continuare quel gioco. E su un piano più fisico, meno razionale (era qualcosa che emergeva a tratti, che sfuggiva al mio controllo, come un'onda che superasse gli argini) venivo raggiunta di tanto in tanto da una misteriosa fitta di piacere, probabilmente (ma questo lo posso sapere solo adesso) legata alla stimolazione più o meno efficace delle dita di Roberto dentro di me. Non so quanto siamo rimasti così l'uno adosso all'altro, ricordo che però a un certo punto la musica si è interrotta e nel silenzio improvviso mi sono accorta che stavo gemendo (o forse era solo un ansimare profondo, sonoro). Probabilmente nessuno ci ha fatto caso, ma io avrei voluto morire. Mi sono raddrizzata di scatto, allontanando Roberto e le sue mani da me. Lui si è messo un po' a ridere (da vero cretino, continuo a pensare a distanza di anni) e poi è stato solo capace di dire: "Tutto ok?".
E adesso eccolo lì il grande seduttore, l'amante dolce ed esperto che avevo sognato prima di conoscerlo durante le ore di latino, con le borse dell'Esselunga in mano e la camicia sudata. L'effetto flashback generato da quell'incontro nella mia mente si è esaurito in quei pochi attimi. Ho detto qualcosa anch'io, mentendo sul fatto di essere sposata (in effetti sono divorziata) e di avere due bambini meravigliosi. Non volevo lasciare alcuno varco, bloccare sul nascere ogni sua iniziativa. Ci siamo salutati con una vaga promessa di sentirci ogni tanto.
Mi dimenticavo una cosa: a distanza di qualche settimana da quel primo approccio alla festa, Roberto mi invitò a casa sua quando non c'erano i genitori e facemmo l'amore. Tecnicamente fu la vera "prima volta" per me. La cosa si svolse in maniera abbastanza semplice, regolare oserei dire. Forse per questo me ne ricordo appena.