[...] Abbiamo parlato poco, tu capivi tutto al volo. Tua madre ci ha visti mentre incominciavo ad avvicinarmi a te. Quando ti ho aperto la bocca con la mia lingua mi sentivo addosso gli occhi di lei. Mi eccitava quella situazione, non te l'ho mai nascosto. Mi hai sorpreso prendendomi sulle ginocchia. Eri davvero un ragazzino, tremavi dall'emozione quasi: 23 anni e, come mi hai sempre detto, davvero poca esperienza. Alla faccia della poca esperienza! Il muscolo della tua gamba, tra le mie cosce, mi aveva fatto bagnare subito. Cercavo di trascinarti sulla veranda, ma tu non volevi e non lo dicevi. Stavi zitto, mi stringevi i polsi. Hai vinto tu. Io lo so che se mi si resiste, mi sciolgo. Era bellissimo quel momento sospeso. Sembrava non avere fine. La tua lingua dura mi passava sulle labbra. Quando mi hai morso il collo, ero tutta un brivido. Non ce la facevo più, volevo che mi scopassi, e invece tu resistevi. Ci siamo staccati solo un attimo, quanto bastava a vedere che tua madre ci stava guardando. Tu l'hai vista e lei ha annuito. Ed è allora che senza dire una parola mi hai portata nella stanza da letto (io non conoscevo la casa, non c'ero mai stata, tu invece sì). Era incredibile averti tra le mani. Ti ho spogliato, ma tu non volevi che ti abbassassi i boxer: ti sentivo gonfio, morivo dalla voglia di prenderti in bocca, ma tu ancora mi resistevi. Non potevo crederci, che tu non avevi esperienza. Mi hai voltata, hai incominciato a far vorticare la lingua dappertutto. Ti chiedevo di baciarmi i capezzoli, tu ti avvicinavi, sentivo il tuo alito caldo, e poi tornavi sul ventre e mi lasciavi insoddisfatta. Adoravo questo gioco: ti prendevi quello che volevi prenderti e non mi concedevi niente. L'interno delle mie cosce ormai tremava, ero bagnatissima. Allora hai preso la tua maglietta e con quella mi hai bendata. E' stato come entrare in un nuovo mondo. Sentivo sensazioni bellissime. Annusavo a vuoto nell'aria, cercavo di leccarti e non trovavo la tua pelle. Credo che tu mi abbia osservato almeno per dieci minuti. Ero sfinita, non ce la facevo più. Non sentivo neanche più le voci della festa, dietro la porta della stanza. Poi hai incominciato a chiedermi se tua madre mi piaceva. Io sono arrossita, me lo ricordo benissimo, era imbarazzante. Non ho neanche fatto in tempo a rispondere, a cercare di nascondermi dietro le parole: mi hai preso scivolandomi dentro facilmente, da quanto ero aperta ed eccitata. Mi dicevi che non volevi che venissi, che avresti dato solo due o tre colpi. Me ne hai dato uno, sei subito uscito da me, lentamente. Giuro, L., morivo, morivo dalla voglia e dal desiderio di stringerti dentro me. Hai iniziato a "lavorare", come dicevi, con le tue mani bellissime, nervose, con le tue dita lunghe da pianista. Ero proprio come un pianoforte: mi suonavi, toccavi i tasti giusti, era una sinfonia di pelle e di profumi, e a volte toccavi apposta il tasto sbagliato per aumentare il desiderio. Pazzesco, davvero pazzesco. Poi mi hai intimato di rivestirmi, di colpo. Ero frustrata, godevo dall'essere frustrata. Tu sorridevi, eri un po' imbarazzato anche tu. Non hai detto niente, e nemmeno io. Mi hai baciato a lungo, profondamente. Mi hai sfiorato i capezzoli, che erano durissimi, resi sensibili dalle irregolari e non previste incursioni della tua lingua su di loro. Mi hai piegato il collo, mi hai succhiato avidamente. Ti sei inginocchiato, mi hai leccato, nonostante avessi su le mie mutandine, che tra l'altro erano bagnate. Ho cercato di dirti qualcosa, ma ti sei staccato, mi hai fatto segno di stare zitta. Ho rovesciato i capelli all'indietro, ho allargato le gambe, mi sono goduta quel momento.
Finché non hanno bussato alla porta.
Ti sei alzato, sei andato ad aprire. Era tua madre. Ti ha fatto cenno col capo, sei uscito sorridendo, lei è rimasta sulla soglia, guardandomi. E poi ha detto che ero una puttanella. Proprio così. Ero talmente su di giri, che persino quell'evento incredibile ha contribuito a eccitarmi di più. Quando tua madre ha chiuso la porta, non ho resistito: mi sono toccata fino a venire, pensando a come tua madre mi aveva insultata.
Quando sono uscita dalla stanza, tu e tua madre non c'eravate più. Eravate andati via. Non ho mai voluto disturbarti, sebbene sia riuscita a rintracciare il tuo cellulare. Ma visto che non ti sei fatto vivo, mi è sembrato più discreto e poetico fare così, lanciarti un appello su Clarence. Mi scrivi, L.? Mi piacerebbe davvero incontrarti ancora. Mi devi qualcosa: il godimento che mi sono data da sola voglio che me lo dia tu, se ci vediamo.
Ti bacia la tua
Paola"
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